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......................................The International Association for the study of Popular Music
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Impressioni da Liverpool , 15th IASPM Conference, 13-17 luglio 2009

... È stata davvero una bella esperienza, l'organizzazione è stata impeccabile, e praticamente tutti i paper che ho seguito sono stati davvero interessanti: è stato un peccato non poterli seguire tutti. Unico rammarico è quello di non poter approfondire (salvo pochissime eccezioni) questo genere di studi nelle università e nei conservatori del nostro paese. Staremo a vedere
Simone


È stata la mia prima IASPM, e il bilancio è sicuramente positivo. La qualità e anche – perché no – la quantità
degli interventi era davvero in grado di rispondere agli interessi variegati dei soci, coprendo un ventaglio molto ampio di tematiche e dibattiti valorizzando l’anima interdisciplinare dei popular music studies e quindi dell’Associazione. Certo, proprio per questo si era costretti a passare da una sala all’altra cercando di non perdere i panel che più rispondevano ai criteri di ognuno, facendo perdere un po’ il filo rosso che legava gli interventi di ogni sessione a un tema preciso. Forse bisognerebbe cercare una formula in grado di valorizzare più una discussione unitaria su ogni tema che tanti piccoli dibattiti con i singoli relatori.
Si sono mossi in questo senso i relatori di due sessioni che possono essere altrettanti esempi da seguire: MMP Sounds and Noises e Popular Music and National Identities after the Dictatorships. La prima sessione, pur rispettando la classica suddivisione in papers personali di 20min, è stata preparata come evento unitario dai relatori che già prima della pubblicazione del programma definitivo avevano deciso un taglio comune da dare alle loro – pur eterogenee – presentazioni. Hanno anche previsto un dibattito finale comune. Nel secondo caso si è invece trattato di un vero e proprio lavoro collettivo presentato con brevi interventi dai vari partecipanti, anche qui prevedendo un momento di confronto pubblico che andava oltre le singole domande ai singoli relatori.
Dario

…Nonostante il clima inglese, in occasione della mia prima esperienza IASPM ho scoperto un universo intellettuale caldo e vitale, oltre che un bel gruppo di studiosi brillanti, aperti allo scambio e soprattutto simpatici. Evviva! Nel mio piccolo credo che attualmente, a prescindere dai gusti e dai contrasti accademici e ideologici, la missione più importante per chi si occupa di studi musicologici sia quella di rendere la nicchia accessibile, abitabile, edificante, umana. Il gruppo di Liverpool mi sembra stia facendo un ottimo lavoro in questo senso.
Ilaria

Con più di duecento paper, presentati nell’arco di cinque intensissimi giorni, c’era da aspettarsi che la conferenza ci avrebbe dato molto, sia in termini di spunti e idee, sia di incontri e scambi personali.
Per quanto mi riguarda, Liverpool ha mantenuto tutte le sue promesse. Gli interventi in programma hanno rappresentato la vera anima multidisciplinare dei popular music studies, spaziando dall’analisi formale e armonica, a questioni di identità, genere e memoria culturale, ad aspetti tecnologici della produzione, distribuzione e consumo di popular music, per arrivare ad analisi dell’industria musicale e dei media ad essa legati.
Assistendo a interventi così numerosi e così diversi succede una cosa bella e che spesso credo sia facile dimenticare, tutti presi come siamo ognuno dalla propria personalissima, individuale ricerca: ci si ricorda tutto ad un tratto, come se uno se ne rendesse conto per la prima volta, delle più ampie implicazioni e delle mille, possibili derive e diramazioni che può prendere il proprio lavoro.
A questa conferenza mi ha stupito soprattutto trovare un gran numero di interventi che hanno fatto riferimento al “mashup”, un genere musicale emergente dalla rivoluzione digitale e l’uso di internet per la distribuzione e il consumo di popular music su cui si concentra la ricerca per il mio dottorato, e su cui finora avevo trovato poche risorse accademiche.
A mio parere, il migliore in assoluto - e non solo perchè affronta un argomento che mi sta a cuore - è stato proprio il paper di Adrian Renzo sul mashup, dal titolo “Sounds like an official mix: the aesthetics of amateur remix production”. … se non capita sempre di assistere ad un paper che espone con chiarezza le proprie ipotesi iniziali, è convincente dal punto di vista logico, e contiene un’argomentazione che provoca ulteriori riflessioni, figuratevi cosa può scatenarsi nel pubblico quando a tutti questi elementi l’autore aggiunge una travolgente quanto esilarante performance improvvisata, balzando in piedi sul tavolo e dimenandosi senza freni al suono della sua canzone - che, bisogna riconoscerlo, in effetti non è male! [http://audioporncentral.com/2008/10/the-klef-you-shook-me.html]. Come ha commentato Adrian stesso non appena è sceso dal tavolo, in una frase che secondo me ben rappresenta l’entusiasmo che mi è sembrato di percepire tra molti partecipanti in questi cinque giorni, e che credo non dovrebbe abbandonare mai ogni ricercatore: “Cos’altro avrei dovuto fare, stare qui a sfregarmi il mento con aria assorta?”.
Daniela


 
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      31st National Conference of the Musicological Society of Australia
Melbourne, 4-7 dicembre 2008

La Conferenza - apertasi con la distribuzione di ramoscelli da parte di Doreen Garvey Wandin, che ha coinvolto il pubblico nella sua esperienza musicale a contatto con la famiglia aborigena - ha dato luogo ad una serie di sessioni parallele che hanno affrontato temi quali “John Blacking the Multi-Disciplinary Man”, ricostruzione dell’opera di Blacking come etnomusicologo, attivista politico e ricercatore, e le riflessioni sul rapporto musica/nazionalismo presentate da Philip V. Bohlman (“Music before the Nation, Music after Nationalism”). Bohlman ha sottolineato differenze, identità e contraddizioni che emergono da ogni nazione sul piano musicale, esaminandole dal punto di vista della classificazione interiority (national, individual, symbols of past) / exteriority (nationalist, collective, winners for the future) e puntualizzando la distinzione tra i concetti di national e nationalist.

Molte sessioni hanno riguardato fenomeni musicali moderni e tradizionali presenti in Australia e Asia. Made Hood (“Voicing the Nation, negotiating the Tradition: Popular music influences on traditional Balinese vocal styles”) ha mostrato come alcuni stili vocali pop balinesi seguano modelli stilistici, artistici e creativi dell’industria nazionale a partire da una base estetica negoziata con la tradizione. Jonathan Mcintosh (“John Blacking’s Audible Badge of identity in Balinese children’s songs)” ha presentato un lavoro sulle canzoni infantili Venda, dove la pratica delle canzoni serve a formare un senso di identità balinese all’interno dello stato indonesiano. La ricerca etnografica tra gli aborigeni delle Tiwi di Genevieve Campbell (“Yrrika-payi: The changing voice of Tiwi song”) ha analizzato le differenti versioni di una serie di canti, evidenziando la coesistenza di continuità con la tradizione e cambiamento. Uno studio di area australiana di Aline Scott-Maxwell (“From San Remo to the Antipodes: Singing, Song-writing and the Italian Song Festival Tradition in Australia”) ha discusso il percorso che l’istituzione del festival della canzone italiana ha tracciato in Australia, specialmente a Melbourne e Sidney, e il suo impatto sull’attività della musica popolare nella comunità italiana dal 1958 (2st Festival della canzone italiana in Australia) al 1990.

Il tema del contatto e della diffusione di musiche ‘altre’ in Australia è stato affrontato da John Whiteoak (“Kookaburra Samba: Hispanic inflected music and dance in pre-multicultural Australia), con un lavoro di ricostruzione cronologica sui modelli “esoticizzati” e “globalizzati” della musica ispanica focalizzato sul fenomeno latinoamericano nato soprattutto dopo il 1960 in Australia. Brydie-Leigh Bartleet e Elizabeth Mackinlay (“Friendship as research: exploring sisterhood and personal relationship as the foundations of musicological and ethnographic fieldwork”) hanno discusso lo studio musicale di alcune aree aborigene australiane, mentre Katelyn Barney e Lexine Solomon (”Performing on the margins: a collaborative research project between an indigenous Australian performer and a music researcher”) hanno esaminato la collaborazione tra un ricercatore australiano ed un performer aborigeno.

Uno spazio interessante è stato quello dedicato ai festival di world music australiani, quali “Woodford Festival” (Brisbane), “Womad Festival” (Adelaide) e Rainbow Serpent (Melbourne), visti da Donna Weston (”Eco-paganism and world music festivals”) nella chiave di lettura dell’ecopaganesimo come riappropiazione del senso di comunità e del bisogno umano di connessione con il mondo naturale (Biophillia theories).
Anita Pelaggi

    28 novembre 2007
Sono online gli atti del convegno "Mutazioni sonore"
http://www.associazionesemiotica.it/ec/contributi/mutazioni_sonore_20_11_07.html

      Il rapporto di una ricerca sui comportamenti di file-sharing in Italia, alla quale ha partecipato tra gli altri Francesco d'Amato: http://www.libercom.it/
       
"La popular music è dappertutto. È al centro di molteplici e cruciali discussioni sulla natura della musica, della cultura e della società moderna"