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Ospita segnalazioni scritte dai soci Iaspm su libri riguardanti la popular music pubblicati di recente in Italia e all'estero.


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Alan Lomax : La terra del Blues
Il Saggiatore, Milano 2005 (461 pp., 39 euro)
Finalmente comparso in edizione italiana il volume di Alan Lomax, la cui edizione originale americana è datata 1993. Il libro è un piccolo classico tra gli appassionati di blues, un po’ meno tra gli etnomusicologi: lo scomparso Lomax è stato spesso studioso controverso e icona folk-blues quasi al pari dei suoi ‘studiati’, e il suo rapporto con l’Accademia non è certo stato pacifico. Alcune recensioni uscite negli Stati Uniti (Journal of American History, Yearbook for Traditional Music), p. es., se non attaccano direttamente il personaggio per ovvi motivi di rispetto, esprimono tuttavia dubbi metodologici, lamentando l’assenza di un apparato documentario preciso e rigettando diverse conclusioni perché indimostrate. A parte questo, Lomax scrive in una piacevole prosa non saggistica che lo lascia libero di narrare e riflettere sugli eventi senza vincoli di completezza o di profondità d’analisi (il che però non si traduce assolutamente in un approccio superficiale). I pareri che ciascuno di noi già ha su Lomax vengono amplificati da questo libro, che ne rafforza l’immagine di ‘Indiana Jones dell’etnomusicologia’, avventuroso, fascinoso e ben lontano dalle biblioteche. Del resto, i comprimari delle sue avventure sono in seguito diventati alcuni tra i numi tutelari e ispiratori della popular music egemone degli ultimi cinquant’anni: non misconosciuti contadini macedoni ma personaggi come Leadbelly e Muddy Waters… L’edizione italiana purtroppo colleziona alcuni gravi limiti, primo fra tutti la traduzione dei blues trascritti da Lomax, liberamente resa per “esigenze di rima e di metrica” con una gamma di soluzioni dall’azzardato all’errato: non ci si spiega la necessità di rendere scorrevoli traduzioni non destinate a essere intonate. La selezione di registrazioni nel cd allegato è poi molto esigua, con quattro brani a rappresentare l’archivio leviatanico di un personaggio irripetibile e affascinante.
Jacopo Tomatis


CARIBBEAN FOCUS
Peter Manuel (with K.Bilby & M.Largey): Caribbean Currents. Caribbean Music from Rumba to Reggae
Temple University Press, Philadelphia 2006 (2a ediz. 320pp, $26.95)
Ned Sublette : Cuba and its music. From the First Drums to the Mambo
Chicago Review Press, Chicago 2004 (672pp, $13.57)
Robin D. Moore : Music and Revolution. Cultural Change in Socialist Cuba
University of California Press, Berkeley 2006 (350pp, $24.95)
Leonardo Acosta : Cubano Be Cubano Bop. One Hundred Years of Jazz in Cuba
Smithsonian Books, Washington 2003 (288pp, $29.95)

Segnaliamo quattro titoli in inglese sulle musiche caraibiche pubblicati negli Stati Uniti, ma facilmente acquistabili online (anche usati) attraverso Amazon.com. Caribbean Currents, dell’etnomusicologo Peter Manuel, fornisce una sintetica ed esauriente panoramica degli stili musicali caraibici. I capitoli esaminano i principali stili di singoli paesi (Cuba, Porto Rico, Repubblica Dominicana, Haiti e Antille francesi, Giamaica, Trinidad), affrontano argomenti specifici come la musica delle comunità indiane dei Caraibi e il fenomeno transnazionale della salsa, e toccano infine temi come il raporto tra musica e politica, etnia e genere. I capitoli contengono una descrizione della scena musicale dei singoli paesi, una breve analisi degli stili folklorici e popular e una discussione del contesto culturale, più buone bibliografie sintetiche. Il volume presenta informazioni chiare e di prima mano ed evita i fastidiosi slang da fans, e soprattutto guarda alla musica caraibica da una prospettiva per nulla scontata, visto che generalmente la diversità delle lingue e degli stili fa apparire le musiche caraibiche come entità assai più separate di quanto non siano. Manuel fornisce un’ottima introduzione al colorito mosaico sonoro di quest’area, mettendo in evidenza le grandi affinità culturali e musicali tra i diversi paesi che la compongono e sottolineando l’importanza cruciale del crogiolo antillano per quasi tutte le musiche popular mondiali, passate e contemporanee.
Gli altri tre volumi sono dedicati interamente a Cuba, isola che ha a lungo dominato artisticamente i Caraibi e possiede uno dei più esuberanti motori musicali del mondo. Scritto dal musicista-giornalista-studioso Ned Sublette, Cuba and its music presenta in un linguaggio non accademico una ricostruzione della vicenda della musica cubana dalla scoperta dell’isola agli anni Quaranta, con molta storia e moltissime informazioni (si attende un secondo volume). Il racconto di Sublette parte dall’Africa e segue gli schiavi attraverso il Middle Passage per esaminare la società coloniale, il nesso Avana-New Orleans, le associazioni afro-cubane, la comparsa della santería, il rapporto tra musica e lotta d’indipendenza, la nascita di rumba e son, per concludersi con l’apogeo del mambo e l’avvento di Beny Moré. È un libro appassionante e talvolta militante, elaborato sulla scia del pionieristico lavoro di John Storm Roberts, che pare in parte scritto per confutare l’indifferenza del pubblico nordamericano nei confronti dell’antica rete di influenze reciproche tra la musica Usa e quella cubana. Una specie di storia di Cuba fino agli anni Quaranta raccontata attraverso la sua musica.
Music and Revolution di Robin Moore - accademico americano autore nel 1997 dell’eccellente Nationalizing Blackness - inizia (quasi) dove finisce Sublette. Anche il suo volume segue una struttura cronologica, e copre l’evoluzione della musica nella Cuba rivoluzionaria dal 1959 a oggi, argomento poco conosciuto fuori da Cuba e raramente trattato dagli autori cubani a causa dei problematici risvolti politici. Attraverso un’analisi assai ben documentata, il libro evidenzia il profondo impatto prodotto dalla rivoluzione sulla musica attraverso l’estensione dell’istruzione e dell’insegnamento musicale gratuito, la professionalizzazione dei musicisti e il finanziamento di numerose attività culturali. Moore non si limita a registrare le tendenze della musica locale nei cinquant’anni passati né celebra retoricamente la rivoluzione, ma indaga anche le contraddizioni create dalle politiche cubane in materia culturale. Per esempio, analizza il sostegno istituzionale dato alla nueva trova dei cantautori Silvio Rodríguez e Pablo Milanés, l’ostracizzazione di musiche popolari e folkloriche ritenute socialmente problematiche, e il riemergere con la crisi degli anni Novanta - in una società ufficialmente laica, priva di divisioni razziali e di classe - di musiche imbevute di scottanti temi etnici, religiosi e sociali. Il volume fornisce un’analisi equilibrata e al tempo stesso critica della società contemporanea dell’isola attraverso la sua musica (non a caso l’ultimo capitolo si intitola “Musica e crisi ideologica”), anche in relazione all’aggressiva politica estera nordamericana, ed è indispensabile per capire la musica e la cultura della Cuba di oggi.
L’ultimo volume Cubano Be Cubano Bop (non in ordine di tempo né d’importanza) è scritto da un formidabile personaggio, il giornalista, scrittore e musicista cubano Leonardo Acosta. L’anziano autore, che ha visitato la New York dei primi anni Cinquanta, suonato nell’orchestra di Beny Moré e fondato il famoso Club Cubano di Jazz, ricostruisce con competenza e dovizia di particolari la ricchissima vicenda del jazz sull'isola, che giunge e si consolida a Cuba fin dagli anni Venti del Novecento, ma che intrattiene antichi rapporti con la musica della terraferma statunitense (memori le navi di linea che collegavano l’Avana a New Orleans nell’Ottocento, trasportando nelle due direzioni musicisti e cantanti d’opera). Acosta ricostruisce una vicenda appassionante che fa (anche) parte della storia ancora da scrivere della musica nordamericana, specialmente per quanto riguarda il contributo dei musicisti latini e cubani alla genesi del jazz. Esamina poi jazz afrocubano, big band, mambo e cubop, i favolosi anni Cinquanta e i difficili ma anche esaltanti anni Sessanta-Settanta, per concludersi con la rinascita del jazz cubano moderno nel panorama internazionale a partire dal successo di Irakere. Tra i molti pregi del volume è da sottolineare la capacità di evidenziare la continuità fruttuosissima tra jazz e popular music, grazie all’abilità tutta cubana di intrecciare il jazz con musiche come son, mambo e, nell’ultimo decennio, timba.
I quattro testi - due scritti da accademici e due da musicisti-giornalisti - affrontano da prospettive differenti temi analoghi e in un certo senso si completano a vicenda. Anche se non tutti recentissimi, sono da raccomandare perché sono scritti da autori che hanno a lungo investigato sul campo, accessibili anche ai non specialisti e in grado di fornire una lettura infinitamente più informativa e critica della maggior parte della (scarsa) pubblicistica sull’argomento reperibile in Italia.
Vincenzo Perna


Domenico Liggeri : Musica per i nostri occhi. Storie e segreti dei videoclip
Bompiani, Milano 2007 (878 pp., €16,50)

Frutto di un lavoro di documentazione e studio di oltre dieci anni, questo volume si impone come punto di riferimento nella bibliografia in italiano dedicata ai videoclip, soprattutto per la completezza con cui l’autore tratteggia la storia di questo genere di audiovisivo e per lo stile divulgativo ma preciso e informato. Dopo una breve introduzione e un primo interessantissimo capitolo sul processo di lavorazione e produzione del videoclip, Liggeri comincia la trattazione da Wagner e dal suo concetto di “opera d’arte totale”, per poi ripercorrere l’intera storia di fine Ottocento e del Novecento alla ricerca dei progenitori di questa forma in varie manifestazioni di arte multimediale, dagli esperimenti dadaisti di Antheil fino ai primi tentativi di coniugazione tra musica e immagini degli anni Sessanta. A partire dagli anni Settanta e dal sorgere del videoclip come fenomeno industriale e promozionale, inizia la parte più corposa della trattazione, che da quel punto in poi si centra prevalentemente sulle figure dei registi di videoclip. Nella seconda parte del volume Liggeri divide gli autori di videoclip (siano registi o i gruppi stessi) in varie categorie, di cui delinea la storia fino al momento attuale: musicisti-registi, pionieri (sia tra i musicisti che tra i registi), registi influenzati dal linguaggio cinematografico, fotografi ecc. La scelta di primo acchito può disorientare il lettore alla ricerca di informazioni specifiche su un determinato periodo storico, ma risulta azzeccata perché permette a Liggeri di rilevare una serie di tendenze e costanti della storia del videoclip. Ciò consente un’esposizione di tipo “sistematico” che riesce a recuperare connessioni tra registi, singoli video, film e altri prodotti audiovisivi, che in una ricostruzione puramente diacronica sarebbero forse emerse con minore chiarezza.
Alessandro Bratus


Alessandro Amaducci - Simone Arcagni : Music video
Kaplan, Torino 2007 (200 pp., €16,00)

Nelle diverse pubblicazioni che negli ultimi anni stanno vedendo la luce in Italia sul videoclip spicca questo recente volume di Amaducci e Arcagni, nomi non nuovi nel panorama della saggistica dedicata al rapporto tra immagine e suono. Il volume è diviso in due parti, ciascuna dedicata alla presentazione di una problematica specifica, utilizzata come punto di partenza per una riflessione ampia e articolata sulle tendenze estetiche coinvolte nella produzione di questo genere di audiovisivo. Nella prima parte Arcagni percorre una rapida panoramica che parte dai rock-movies degli anni Cinquanta e arriva fino all’ingresso del DVD come nuova frontiera della distribuzione e commercializzazione del videoclip. L’attenzione è qui puntata soprattutto sull’emergere e sullo svilupparsi del fenomeno che ha portato l’immagine ad assumere una così grande importanza nella produzione popular, snodo che coinvolge fattori importantissimi di ordine storico, estetico e commerciale. Nella seconda parte Amaducci si concentra invece sulle influenze tra videoclip ed esperienze legata all’avanguardia, dai primi esperimenti di Nam June Paik fino alle più recenti connessioni tra musica elettronica e manipolazione computerizzata dell’immagine. In questo modo i due autori delineano all’interno della storia del videoclip due decorsi paralleli che sembrano sempre più convergere nel panorama contemporanei, abbattendo all’interno di tale forma audiovisiva ogni confine tra espressione artistica colta e popular.
Alessandro Bratus




"La popular music è dappertutto. È al centro di molteplici e cruciali discussioni sulla natura della musica, della cultura e della società moderna"