Rock uguale popular?
Nonostante l’appassionata difesa da parte di Paolo Damiani, condivido le perplessità espresse da Lorenzo Bianconi nel suo intervento pubblicato sul numero di febbraio («...ma come mai Storia del jazz, musiche improvvisate e audiotattili assorbe tutti i settori della popular music?»). Conosco e apprezzo il lavoro di Vincenzo Caporaletti, un caro amico, e mi fa molto piacere che sia stato tenuto presente nell’impianto dei nuovi ordinamenti didattici dei conservatori. Anche per questo mi sembra abbastanza curioso che un raggruppamento interdisciplinare come quello dei popular music studies, certo non meno importante e radicato a livello nazionale e internazionale, sia stato totalmente ignorato. Gli studi sulla popular music, tra l’altro, non hanno «assunto un’identità specifica come cultural studies», come argomenta Damiani: fin dal principio (Kojak di Philip Tagg è stato scritto trent’anni fa!) la componente musicologica e semiotica degli studi sulla popular music ha avuto un rilievo fondamentale, come testimoniano pubblicazioni e convegni anche recenti, e anche in Italia. Ma si tratta, lo ripeto, di una parte di un campo interdisciplinare: un approccio reso indispensabile dalla vastità della materia e dei possibili punti di vista, oltre che dalla grande varietà dell’universo musicale studiato. Proprio in questo senso mi pare davvero limitativo il ragionamento attraverso il quale Damiani giustifica l’apparentamento col jazz della popular music, sub specie di musica audiotattile. Certamente è vero che il jazz è stato, in un certo periodo storico, popular music a tutti gli effetti. Ed è anche vero che alcune musiche popular di matrice afroamericana (nordamericana) sono strettamente imparentate col jazz. Ma non tutta la popular music lo è, a meno che non si commetta l’equivoco colossale di confondere la popular music con il mainstream angloamericano, o con il rock. L’arabesk turco è popular music. La nueva trova cubana è popular music. Il fado è popular music. Il raï è popular music. La chanson francese è popular music. Il néo kyma greco è popular music. La canzone d’autore italiana è popular music. In alcuni casi (come nel caso del jazz e del blues, del resto) si tratta di generi che sono evoluti da tradizioni orali, ma che sono stati mediatizzati, inseriti in un contesto commerciale (dal vivo, attraverso l’editoria, su disco), e appartengono sotto ogni aspetto a quell’universo musicale di cui si occupano primariamente i popular music studies. I rapporti di alcuni di questi generi col jazz, nonostante l’importanza del jazz e della cultura afroamericana nella storia della musica del Novecento, sono marginali: si può dire (come scrivono certi critici angloamericani) che il rebetico sia «il blues greco», ma certo Markos Vamvakaris ignorava il blues di Robert Johnson (nonostante fossero contemporanei) e viceversa, e le tecniche strumentali della chitarra blues e del bouzouki, per quanto entrambe legate a un principio audiotattile, non hanno quasi nulla a che vedere. E il principio audiotattile, per quanto sia uno strumento analitico più che utile, non «spiega» tutti i generi e le pratiche della popular music: ad esempio quelle che hanno fare col montaggio, la sovrapposizione, il campionamento, lo stesso uso della notazione. Spiegherà Jimi Hendrix (in parte), ma non spiega Sgt. Pepper’s, i Massive Attack, i Radiohead, Bjork, Frank Zappa come compositore. Insomma, non copre nemmeno tutto l’universo del rock anglofono. Si dica la verità: non si sapeva come (o non si aveva il coraggio di) inserire i popular music studies come disciplina autonoma nei conservatori, e li si è infilati sotto falso nome sotto il cappello del jazz. E va bene, aspetteremo ancora. Abbiamo (quasi) infinita pazienza.
Franco Fabbri
(lettera pubblicata sul Giornale della Musica, aprile 2008)